28 luglio, 2009

Major sempre piu' in alto mare per arginare una crisi che ribadiamo non è di vendite ma di interesse !!!

Computer, televisori e telefoni­ni diventano un juke-box vir­tuale, collegato a canzoni da ascoltare — gratuitamente — ogni volta che si vuole. La nuova frontiera della musica di­gitale si chiama streaming : è legale e a costo zero (per i consumatori). Sca­ricare le melodie preferite da Internet per poi trascinarle su cd sta diventan­do un sistema vetusto, soprattutto fra gli adolescenti: è cambiata la cul­tura del possesso. Vinili e cd sono og­getti da collezionisti. Non si acquista più un album a occhi chiusi ma si va in negozio (forse) soltanto dopo aver­lo ascoltato più di una volta: su Inter­net, connettendosi con il computer di casa o dell’ufficio, o con il telefoni­no. E poi si condivide l’emozione o la scoperta creando una playlist e met­tendo il file su Facebook o Twitter.

Passato l’entusiasmo si cancella la canzone e se ne ascolta un’altra. È il trionfo della musica usa e get­ta. Portabandiera di questa rivoluzio­ne musicale sono i siti YouTube (per i video), MySpace e, ultimo arrivato, Spotify che assomiglierebbe al nego­zio online iTunes «se la Apple deci­desse di offrire tutto gratis». Spotify ha sviluppato un’applicazione per consentire a chi possiede un iPhone di accedere ai suoi servizi, ma ancora non ha ricevuto l’approvazione della Apple che, invece, sta collaborando con Emi, Sony, Warner e Universal per rilanciare le vendite di album su iTunes Store. Lo ha rivelato il Finan­cial Times annunciando che il proget­to si chiamerà «Cocktail»: gli ingre­dienti sono una serie di contenuti ag­giuntivi — libretti interattivi, video­clip, fotografie e testi delle canzoni — da accompagnare alla vendita del­l’album. Il progetto, che dovrebbe concretizzarsi a settembre, punta a in­centivare l’acquisto di interi album (e non di singole canzoni) via Internet. Diversa la strategia del colosso in­formatico Microsoft. Peter Bale, exe­cutive producer di Msn, il portale del­l’azienda di Redmond, ha rivelato l’imminente lancio di un servizio stre­aming . Finora erano le stelle del pop e del rock che sui loro siti (o sulle pa­gine web di quotidiani e riviste spe­cializzate) facevano ascoltare le nuo­ve canzoni. A ottobre 2008 è arrivato Spotify che, gratuitamente, mette a disposizione un archivio di quattro milioni di brani. Finora ha accumula­to 2 milioni di utenti.

Funziona così: si digita il titolo di una canzone o di un artista, una volta trovato si può ascoltare liberamente. «Il nostro sogno — c’è scritto sul sito — è permettere alle persone di sentire quello che vogliono, sempre e ovunque». Non si paga una sterlina per accedere a Spotify che si finanzia con la pubblicità: trenta secondi di spot seguono l’ascolto di una mancia­ta di canzoni. Chi non volesse sotto­porsi al bombardamento pubblicita­rio può scegliere la versione «pre­mium » con una sottoscrizione mensi­le di 9.99 sterline (circa 12 euro). Ci sono rockstar ancora sorde alle poten­zialità di Spotify, che paga le royalties e consente agli artisti e alle label un controllo costante sulla tutela del copyright. Impossibile, per ora, trova­re registrazioni di Metallica, Beatles, Pink Floyd, AC/DC e Led Zeppelin, fra gli altri. Ma non è l’unico punto debo­le: Spotify, a causa di accordi com­merciali con le major discografiche ancora da definire, è disponibile in Gran Bretagna e in pochi altri Paesi europei (l’Italia non è inclusa). Sta cercando di espandersi, non senza difficoltà.

Pare che l’industria disco­grafica americana abbia chiesto delle cifre esorbitanti per permettere a Spo­tify di offrire i propri servizi anche ne­gli States. Ma è possibile ovviato al problema. Farhad Manjoo, della rivi­sta online Slate , si è collegato al sito utilizzando un proxy server, «un mo­do per ingannare il servizio e indurlo a pensare che vivo vicino al Big Ben, piuttosto che a San Francisco». Mis­sione compiuta. E il giornalista ha po­tuto accedere a un archivio da favola, dove non si trovano soltanto le hit da classifica, ma anche rarità. Un esem­pio? Il demo di Spank Thru , del 1985, l’unica registrazione dello sconosciu­to Kurt Cobain prima che il profeta del grunge rock raggiungesse il suc­cesso con i Nirvana. Spotify non è stato il primo, nel 2001 era stato lanciato Rhapsody con un archivio di milioni di brani ma non era gratis, costava 12.99 dollari al mese. Che sia in atto una rivoluzio­ne musicale si riscontra nelle ricer­che di mercato. In un sondaggio della società «The Leading Question» effettuato su mil­le britannici, il 65% degli adolescenti (14-18 anni) ha dichiarato di dedicar­si allo streaming , e il 31% ogni gior­no ascolta musica dal computer colle­gandosi a siti dedicati. Nell’indagine meno di un terzo dei ragazzi dichiara di scaricare illegalmente la musica: il 26% a gennaio del 2009, ma nel 2007 erano il 42%.

Lo scambio di file che non rispetta il diritto d’autore per Paul Brindley, analista di Music Ally, «sta cambiando pelle e sia il governo che le major devono capirlo. Sta per essere rimpiazzato da altri mezzi di accesso alla musica gratuita. Alcuni sono autorizzati, molti altri non lo so­no e altri ancora si trovano in una ter­ra di mezzo. I ragazzi giudicano servi­zi come YouTube molto più adatti del filesharing tradizionale per scovare novità e rarità. Ma lo stesso YouTube potrebbe diventare un mezzo illegale di diffusione qualora si riesca a 'rapi­nare' il materiale protetto da copyri­ght ». Anche gli italiani mostrano una ve­ra passione per il video sharing e il social network musicale. I dati raccol­ti da Forrester Research per la Fimi (Federazione Industria Musicale Ita­liana) dicono che lo streaming di vi­deo musicali da YouTube rappresen­ta il 34% del consumo di musica onli­ne degli utenti italiani di Internet e supera la media europea che è del 30,7%. Lo streaming video è superio­re al filesharing che si ferma al 23% e al download di brani legali che è infe­riore al 10%. Gli italiani dominano in Europa anche per la frequentazione dei siti di social network legati agli ar­tisti, in particolare su Facebook, con il 27,7% contro la media europea del 14,5%. È però ancora basso l’audio streaming : soltanto il 6,8%, mentre la media europea è del 12,8%. Il motivo di questo arretramento è per lo più la mancanza, per il momento, di servizi come Spotify che siano attivi anche nel nostro Paese.. La Rete offre servizi differenziati per esigenze ed età diverse. E la musi­ca digitale diventa sempre più prota­gonista. Secondo i dati di mercato raccolti da Deloitte il fatturato dal download di singoli brani in Italia è cresciuto del 32% e degli album onli­ne del 24%. Complessivamente il fat­turato dal digitale in Italia nel primo trimestre del 2009 è cresciuto del 30% con oltre 4,6 milioni di euro (dei quali 2,8 da Internet). E anche se lo streaming spesso non porta all’acqui­sto di cd, può indurre le persone a in­vestire i soldi in altri business legati alla musica. Steve Purdham, ceo e fondatore di We7 (negozio digitale che consente anche lo streaming , visi­tato da due milioni di clienti ogni me­se), ha raccontato al Guardian : « Pos­sono anche non acquistare un disco ma tu gli puoi sempre vendere i bi­glietti per i concerti e le magliette del­la loro band preferita».

Tratto dal corriere della sera

Nota di chi scrive : Stufo di dirlo. Per fortuna la "musica adolescenziale" non è piu' un affare. Gli adolescenti preferiscono bere birra, giocare alla playstation e, speriamo, tirare quattro calci al pallone vero e non virtuale... Quindi è finita quella immensa miniera d'oro di falsi cantanti ( la cui promozioni costa parecchi eurini dal momento che occorre un grande sforzo x inculcare che un incapace è un genio ) che hanno fatto la fortuna dagli anni 80 in poi delle major.... Ora la gente compra ciò che vale la pena ascoltare.... Quindi l'ascolto ridiventa protagonista nella vendita e qui la major non sanno proprio come fare....
Ps
Continuate a vendere magliette che è un affare.... Le fate fare ai bimbi cinesi a 50 centesimi, li vendete a una trentina di euro e intanto i vostri cantanti sbraitano contro fame e sfruttamento......

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